Una volta ogni paio di mesi è necessario che vada a tagliare i capelli per contenere la crescita della mia robusta chioma mediterranea. Il taglio corto, si sa, se negletto porta con sé conseguenze spiacevoli.
Una di queste è quella che definisco la fase “omino Lego”. Durante lo stadio Lego, il capello è ancora corto ma la zazzera, più che essere un naturale complemento alla scatola cranica, raggiunge una voluminosità tale per cui assomiglia al caschetto iconico degli omini giocattolo danesi, scriminatura e tutto. La mia immagine riflessa nello specchio dell’ascensore al lavoro mi lascia perplessa, come quella condivisa in mondovisione durante le videoconferenze di lavoro.
Ecco quindi che si impone l’appuntamento parrucchiere. Durante quelle due barra tre ore in genere prego che la parrucchiera di fiducia non appunti nessuno dei suoi assistenti uomo, specialmente se boni, a compiti che prevedano l’infilare le loro dita nel mio crine. Sai l’imbarazzo. In genere prego anche che a nessuno venga in mente di parlarmi del più e del meno (localmente definito chit-chat, fantastico perché l’espressione riflette la profondità degli argomenti generalmente trattati).
Tutti sanno qual’è l’arma segreta della donna malmostosa che va dal parrucchiere: la Rivista di Moda. Una volta aperta in grembo, la Rivista di Moda è il porto franco in cui rifugiarsi per evitare che ti si chieda per l’ennesima volta dei tuoi piani per il weekend (che non hai), dei progetti per le vacanze (argomento già trattato il mese prima) e dell’ultima puntata di Britain’s Got Talent (che è spinoso come argomento, perché poi dovrei star lì a spiegarti che non ho il televisore, però non è che ti giudico se tu invece ce l’hai o peggio ancora, guardi i reality).
Collezione di donne fotoscioppate, sgambate, denudate, abbronzate e accessoriate di tutto ma proprio tutto quello che non ti andrà mai di indossare - e men che meno, acquistare - sono il tana libera tutti che fa al caso mio. La frivolezza della lettura mi permette di immergermi completamente in miriadi di articoli che potrò permettermi di dimenticarmi subito e senza alcun rimorso.
A meno che non si incappi in un articolo sulla fecondità femminile compiuti i 30. A due mesi dall’aver compiuto i 30. In un mondo popolato da donne incinte, anche molto prima dei loro 30. Così, a tradimento, tra il broncio perenne di Victoria Beckham e quella statua greca di Charlize Theron.
Questo è quello che mi è successo l’ultima volta che sono dal andata dal parrucchiere: ho letto da cima a fondo questo articolo in cui si lamentava di come la donna nel 2012 pensi che il progresso sia una figata e che sicuramente riuscirà a mettere in cantiere un figlio con calma, appena sentirà di essere pronta al ruolo o se lo potrà permettere economicamente, con o senza l’ausilio degli ultimi ritrovati della ricerca.
Invece no. Se l’emancipazione della donna ha raggiunto livelli inimmaginabili anche solo a metà dello scorso secolo, ci sono cose (come il numero di ovuli che il corpo femminile produce nell’arco di una vita) che non cambiano. L’utero può anche invecchiare più lentamente, ma se l’uovo non c’è, è un problema.
Panicopanicopanico.
Certo, si vive più a lungo, e ad alcune addirittura la menopausa arriva quando iniziano ad assomigliare ad Angela Lansbury, ma questo non toglie che insomma, hai voluto l’educazione superiore e la carriera? E allora, metti in conto che forse avere un bambino tra i 30 e i 40 non sarà una passeggiata, che gli ovuli scarseggeranno e potresti avere la necessità di ricorrere a rimedi coadiuvanti costosi, anche psicologicamente.
E fin qui, ok. Direi che abbiamo tutti guardato abbastanza episodi di Private practice per sapere che quanto l’articolo dichiara corrisponde a verità. Tuttavia è a questo punto che le conclusioni a cui la donna sana di mente (interpretata in questo episodio dalla sottoscritta) (aò, questo ve tocca) e l’articolista della Rivista di Moda prendono due strade separate e irrimediabilmente parallele.
La donna sana di mente ragiona che solo le psicopatiche investono energie nel programmare sul serio una cosa del genere in un momento della loro vita in cui non potrebbero essere più lontane dalle condizioni ottimali per avere un figlio. Che se e quando arriverà il momento, si faranno i conti con le variabili che si presenteranno.
L’articolista della Rivista, in un evidente complotto per rovinarmi il sabato mattina, suggeriva invece che le donne appena compiuti i 30 avrebbero dovuto “connettersi con la propria fecondità” (giuro) ed eventualmente considerare di congelare qualche ovetto.
Ora. Ragazzi. Va bene le paranoie e l’anticipare furbescamente i rovesci di questa vita meschina. Però avere 30 oggi, e dopo aver verificato che i ritratti cinematografici della nostra età (leggi: Muccino) non ci aiutano, non è mica facile. Se le Riviste di Moda potessero tornare cortesemente a farci solo sentire inadeguate circa la nostra taglia senza aggiungere inediti sensi di colpa, ci farebbero un favore.
Io al momento sono ancora del partito che a farsi venire il panico sulla maternità c’è ancora tempo, soprattutto fintanto che mica si è capito ancora se quella voce che ti dice “fai figli fai figli fai figli” è la tua, quella dell’istinto primordiale alla perpetuazione della specie o quella di tua madre.
Quindi addio, Rivista di Moda. Avevi una chance ma te la sei giocata facendomi sbiancare di paura per un secondo, e senza un buon motivo. La prossima volta farò la snobbona fino in fondo, lanciando i miei strali contro la tv generalista mentre il colore si fissa, tra le mani una copia di Guerra e Pace.
Patrizia Laquidara, L’equilibrio è un miracolo. Ma davvero eh, anche dal parrucchiere.